"Ai morti è facile parlare, ma vale meno di niente"

Quattro anni oggi senza di te. E ancora mi commuovo a pensarti. Non si può riempire questo tipo di mancanza con altro, si accetta il vuoto e basta, imparando a conviverci.

Sono arrivata ieri nel tuo regno, per svuotarlo una volta per tutte. In questi quattro anni ho litigato con te ogni volta che ho aperto un cassetto o un armadio, mio dio ma quanta biancheria inutile hai accumulato?! Ho già fatto non so quanti sacchi con i vestiti di papà, e non vorrei ricordarti che ci ha lasciati cinque anni prima di te. Sì, lo so che tante cose le avevi già date via, ma gli armadi non sono ancora vuoti del tutto.

Ovunque ci si giri, questa casa parla di te, ogni stanza è talmente intrisa di ricordi che a volte rischio di perdermi. Sarà l'ultima estate qua per me, sì l'ho detto anche lo scorso anno, ma è tutta colpa di questa maledetta pandemia! Sono contenta che tu e papà ve la siate risparmiata, non oso immaginare quanto complicato sarebbe stato gestirla insieme, da lontano, perché, sai, mai come ora mi sono resa conto che 40 chilometri possono diventare 4.000 se non puoi uscire da casa. Che conforto però sarebbe stato poterti chiamare la sera! Mi avresti fatto coraggio solo parlando, commentando con quel tuo acume e disappunto i dati e i fatti della giornata. Non so se la fine di questo incubo sia vicina, ogni volta che si intravede la luce in fondo al tunnel, c'è qualcosa che la spegne di nuovo. No no, non mi sto lamentando, lo so che non mi devo nascondere in cantina quando suona la sirena dei bombardamenti aerei e lo so che sono molto, molto fortunata a non sapere che cosa significhi avere fame e a essere cresciuta con una mamma al proprio fianco. Credo di averla imparata la lezione tua e di papà.

Brivio (LC), giugno 2006.

Guarda che bella questa foto! La tengo sulla libreria in bella mostra da allora. Tra le qualità del mio maritino non c'è quella di essere un grande fotografo, ma questa è una delle migliori foto in posa che c'è sul mio album e l'unica in assoluto in cui tutti indossiamo una giacca! Festeggiavamo i vostri 40 anni di matrimonio, era il giugno 2006 e andava ancora tutto a gonfie vele. L'anno dopo, invece, quanti scossoni brutti e belli nelle nostre vite! Anche la carrozzina di papà si aggira tra il soggiorno e la camera al piano terra insieme ai suoi silenzi forzati. Non è per niente facile stare in questa casa, nemmeno per una manciata di settimane all'anno. Non l'ho mai nemmeno tanto sopportata prima, figuriamoci ora, è sempre stata veramente troppo per me. Quando a scuola ci chiedevano di descrivere casa nostra, io mi vergognavo e toglievo sempre qualche stanza dal conteggio finale, perché non mi sembrava rispecchiasse chi eravamo sul serio. Mi spiace aver deciso di venderla (sempre ammesso che ci siano dei pazzi a volerla), ma noi che cosa diavolo ce ne dovremmo fare? Il suo ciclo con noi è finito, è giusto che torni a vivere con qualcun altro e che liberi noi da questo peso.

Ti ricordi quando sapevamo che la fine era vicina e mi sono decisa a dirti che stava per essere pubblicato il mio libro per bambini? Non mi è mai piaciuto raccontare prima del tempo le cose, ma allora non c'era proprio più tempo a disposizione. È passato ancora un anno dopo, prima che il sogno diventasse realtà, ma tu quel giorno mi rispondesti, lasciando trapelare l'orgoglio di mamma, "Adesso inizi a fare anche la romanziera?". Sai, pensavo di ambientare il prossimo romanzo proprio qua, in questa casa, come in Mrs Dalloway, un'ultima festa per salutare tutti, una storia zippata nell'arco di una giornata, ma non so se riuscirò nel mio intento, non sono la Woolf e sto ancora aspettando che pubblichino il mio primo romanzetto in cui ho riservato una parte anche a te. Il titolo di questo post è preso da lì, non ci si dovrebbe autocitare, ma ci cascava a pennello. Ormai me lo sono messa in testa e lo sai bene che sono come papà, vado avanti finché non sbatto la testa contro il muro. Del resto ho più tempo del solito, sono disoccupata dal 1° luglio, no non ti devi preoccupare, è tutto perfettamente sotto controllo per ora e sto facendo tremila bellissime cose. Essere stata messa alla porta ha sprigionato un sacco di energie latenti.

Ci sentiamo presto, così ti aggiorno su come va da queste parti, e poi ho finito i fazzoletti di carta, e devo cercarne uno tra i tanti di stoffa che mi hai lasciato, che sicuramente inquinano meno. Sono diventata emotiva come alle elementari, quando mi chiamavano "cipollina". Ho nascosto la me cipollina per anni, ma alla mia età mi sembra così normale piangere senza vergogna. Sarebbe così assurdo il contrario, commuoversi fa sentire così vivi! Mi raccomando, salutami papà. Anche se non c'è verso che io riesca a credere in un regno oltre la morte (oh sì che sollievo sarebbe!), mi piace immaginarvi insieme da qualche parte nell'universo.

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