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Grazie per avermi licenziata!

Due anni fa il licenziamento era fresco fresco di raccomandata. Nel complesso ero molto molto incazzata: con l'azienda, con i datori di lavoro che, andando in pensione, lasciavano a casa tutti i dipendenti (per poi proporre loro di rientrare da un'altra finestra come liberi professionisti), con il mondo del lavoro e l'Italia in generale.

Il mio stato d'animo altalenava tra la profonda preoccupazione (mio dio e adesso come faccio a ricollocarmi nel mercato del lavoro, alla mia età, in questo settore, in questi tempi bui e in questo Paese?) e la voglia di riscatto (troverò un lavoro migliore e sai che soddisfazione sarà? faccio vedere io a tutti quanti di che cosa sono capace!).

In questi due anni, la preoccupazione non mi ha mai abbandonata, accompagna le mie notti con intensità variabile. Alla voglia di riscatto in editoria invece ho dato un calcio bello forte. Rispondo agli annunci in questo settore con sempre meno convinzione che uno di questi sia determinante nel dare una svolta alla mia (non) carriera, ma lascio comunque accesa la fiammella della speranza.

Eppure, anche se le cose non vanno a gonfie vele, a distanza di così tanti mesi sono felice che sia andata così, perché anche se per il momento rincorro lavori e sollecito fatture non milionarie, la mia vita lavorativa è decisamente più ricca e soddisfacente.

E questo solo perché non sono più solo un editor, sono anche una facilitatrice linguistica per due cooperative: Comunità Nuova e Farsi prossimo.

Il mio compito non è solo quello di "facilitare l'apprendimento dell'italiano come seconda lingua, ma anche quello di creare un clima di accoglienza e integrazione tra gli alliev*, di favorire la socializzazione, la collaborazione, l'aiuto e il rispetto reciproco, permettere, anche attraverso l'apprendimento della seconda lingua il raggiungimento del successo scolastico e del proprio progetto di vita".

Da settembre ho incontrato bambin* e ragazz* provenienti da Cina, Egitto, Tunisia, Sri-Lanka, India, Perù, Albania, Ucraina e Russia e fare insieme a loro un pezzetto di strada è un'esperienza intensa ed emozionante. Insegnare a leggere a un ragazzo di 16 anni che non è mai andato a scuola nel suo Paese di origine è indescrivibile, ascoltare le storie di tutti loro è arricchente, sentirsi dire "Grazie prof" dal ragazzino che fino a due lezioni prima entrava in classe con aria strafottente sbattendo la porta è rincuorante, dà un senso non solo al mio lavoro, ma al mio essere qua.

Chi ha paura dei migranti, chi grida all'emergenza, chi incita le donne italiane a fare figli per evitare la "sostituzione etnica" è solo un ignorante razzista.

Quindi, sì, grazie per avermi licenziata, perché ho trovato un lavoro che è molto di più di un lavoro, che dà molto più di quel che pretende, che fa andare a dormire sereni, che mi fa ancora credere nell'uomo e in un mondo migliore.
Barrio's, Milano


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